Domenica, 27 Luglio 2008 02:00

Lettera ad Englaro

Pubblicato in News
La lettera che l'Avvocato Michele Bonetti ha scritto ad Englaro, il papà di Eluana, ripropone il tema dell'accanimento terapeutico nella legge italiana.

Egregio Signor Englaro,
                                         le parole che seguono vogliono rappresentare il nostro tentativo di manifestarLe un sostegno in un momento difficile che si protrae da sedici lunghissimi anni.

Crediamo, tuttavia, che qualunque riflessione su quest'amara vicenda debba essere preceduta dalle nostre scuse: nessuno di noi, infatti, ha, in realtà, il diritto di “entrare” in una vicenda che avrebbe dovuto restare privata.

Ammettiamo, invece, che questo caso è stato “adottato”, anche da noi, con una familiarità eccessiva e non rispettosa della privacy e della dignità di Sua figlia.

Negli ultimi tempi, infatti, quando si arriva a studio la mattina, è consuetudine ascoltare  frasi come “Hai letto le ultime su Eluana?” “Hai sentito l'opinione di Tizio su Eluana?” “Ma allora, Eluana percepisce o no il dolore?” Eluana, Eluana... come se fosse una nostra amica e forse anche per il dolcissimo suono del suo nome e per le ripetute immagini che riempiono gli schermi televisivi, tutti noi ci siamo appropriati della vicenda con una curiosità a tratti viscerale che la memoria di Sua figlia non merita.

E, paradossalmente, proprio partendo da questa riflessione e dalla volontà di limitarsi ad osservazioni di natura giuridica - le uniche che dovrebbero competerci - siamo giunti alla conclusione che nel mare di opinioni espresse da quanti cercano di respingere l'ipotesi di un conflitto di attribuzione tra la Magistratura ed il Parlamento, la più acuta e la più giuridicamente pertinente l'ha pronunciata proprio Lei in una Sua intervista a Repubblica, laddove, molto semplicemente, afferma che “E' stato affrontato ed analizzato non un criterio generale, un principio guida ma un caso specifico.”

Ancora una volta, dunque, è la dimensione privata di questa vicenda a fornirci la risposta più corretta a quanti, con estrema superficialità, temono che la sentenza della Corte d'Appello di Milano si trasformi in un grimaldello capace di aprire la strada all'introduzione dell'eutanasia nel nostro Paese.

Inutile, probabilmente, tentare di spiegare a costoro che una richiesta di rifiuto delle cure, in un chiaro caso di accanimento terapeutico su un soggetto clinicamente morto, è cosa ben diversa dalla richiesta di eutanasia che formula un malato terminale e dunque ancora in vita.

Inutile, inoltre, tentare di spiegare a costoro che proprio il fatto che sia Lei, nella Sua qualità di tutore, ad esprimere, sulla base delle cd. “direttive anticipate di trattamento terapeutico”, il rifiuto al trattamento, dimostra in maniera lapalissiana lo stato in cui versa Sua figlia e che riconoscere il diritto garantito dall'articolo 32 della nostra Costituzione solo a soggetti nel pieno delle proprie facoltà equivale a porre in essere una discriminazione vietata dalla stessa Costituzione all'articolo 3.

Inutile, anche, addentrarsi sul piano della sottile differenza tra il lecito contegno omissivo, espressivo della libertà di cura, e l'illecita condotta attiva suicidiaria o da altri posta in modo commissivo.

Inutile, infine, sottolineare quanto sia curioso il dato che questi strenui difensori della vita, qualunque essa sia, da un lato rifiutino il ricorso alle tecnologie mediche per dare la vita, come nel caso della legge sulla fecondazione assistita, e dall'altro lo ritengano irrinunciabile per continuare ad alimentare persone in stato vegetativo irreversibile.

Per rispondere a quanti accusano la Magistratura di aver “travalicato” i propri confini e di aver “creato” diritto sostituendosi al Legislatore non resta che un'analisi tecnica, e scevra di qualunque impostazione di ordine etico o religioso, della sentenza emessa dalla Corte d'Appello di Milano effettuata, peraltro, sulla base della Sua su citata osservazione circa l' “individualità” del caso esaminato.

I giudici, infatti, trovatisi a giudicare su una singola richiesta, si sono mossi, seppur in assenza di leggi specifiche, nell'ambito dei principi generali che regolano l'ordinamento giungendo ad un'interpretazione sistematica di tutte le norme che, anche solo indirettamente, contemplano la fattispecie in esame

Il diritto, si sa, non riesce a stare al passo di una società in continua evoluzione e sempre più complessa; e nel periodo che intercorre tra una nuova scoperta (come nel caso dell'alimentazione artificiale) e l'introduzione di una norma in materia, spetta alla Magistratura rispondere a quanti, trovandosi in una situazione non specificatamente normata, chiedono un criterio comportamentale.

E non è infrequente che poi, il legislatore stesso, nel legiferare sull'argomento, si rifaccia ai principi che la Magistratura si è limitata a “ricavare” dalla lettura dei principi fondamentali del nostro ordinamento.

In mancanza di una norma espressa che preveda la possibilità di un “testamento biologico” è dovere della Magisratura, allo scopo di non sentirsi accusare di “denegata giustizia”, rispondere a cittadini che chiedono di compiere un atto per il momento nè autorizzato espressamente, nè vietato espressamente dall'ordinamento.
Gli Articoli della Costituzione (2 ss. 13 e 32 e ss.), la Convenzione sui diritti umani e la biomedicina del Consiglio d´Europa, la Carta dei diritti fondamentali dell´Unione europea, la legge sul Servizio sanitario nazionale del 1978, gli articoli del Codice di deontologia medica e alcune leggi speciali  (legge n. 458/1967 - trapianto di rene da vivente -; legge n. 194/1978 - interruzione di gravidanza-; legge n. 164/1982 -transessuali-; legge n. 162/1990 -tossicodipendenze-; DM 27/4/1992 attuativo della Direttiva Comunitaria n. 507/1991 e DM 18.8.1997 n. 162 sperimentazioni cliniche-; legge n. 107/90 e DM Ministero della sanità 15.1.1991 - donazione di sangue; legge n. 135/90 -AIDS-) combinati ad una lettura dell'articolo 357 c.c., in base alla quale per cura della persona rappresentata debba intendersi il dovere di esprimerne il consenso informato, hanno condotto i Giudici ad autorizzare l'interruzione del trattamento in presenza di due presupposti entrambi necessari e da soli non sufficienti, entrambi sussistenti nel caso di Sua figlia: la sussistenza di uno stato vegetativo irreversibile e la sussistenza della volontà del paziente d'interrompere il trattamento, seppur espressa precedentemente e ricavata a seguito di contraddittorio tra Lei ed il curatore speciale.
Di questa risposta individuale ed obiettiva della Magistratura tutti noi, indipendentemente dalle nostre pulsioni etico/religiose, dobbiamo avere l'onestà intellettuale di prenderne atto.
Ci auguriamo con tutte le nostre forze che gli strenui difensori della vita risparmino le loro forze per manifestare le loro pur sempre legittime opinioni in sede parlamentare, quando finalmente si discuterà di una legge sul testamento biologico.
Manifestiamo, pertanto, a Lei e ai nostri colleghi, che egregiamente l'hanno saputa assistere in questa battaglia, la nostra piena disponibilità a collaborare affinchè questa pronuncia resti nell'ambito “individuale” che Le compete e non diventi oggetto di strumentalizzazione.
Mai più, lo gridiamo con tutte le nostre forze, i dettagli sulle funzioni viscerali di Sua figlia, che dal punto di vista della dignità umana continua a vivere più che mai e che per questo torniamo a chiamare “Eluana”, devono essere dati in pasto a tutti coloro che neanche minimamente, e lo diciamo pur non essendo ancora genitori, immaginino che grande atto di altruismo sia quello di un padre che pur potendo conservare l'involucro del suo amato figlio, preferisce acconsentire alla sua volontà.
Con la più immensa stima, sinceramente, lo studio tutto.

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